Può essere considerato uno dei più autorevoli esponenti dell'Informale plastico europeo, corrente all'interno della quale si colloca tra l'indirizzo materico e quello gestuale.
Nacque a Fabriano nel 1904, dove acquisì le prime conoscenze di lavorazione del marmo e del cemento, ma la sua formazione e attività si svolse per lo più a Roma, dove si trasferì nel 1927.
Dopo gli iniziali esordi figurativi la sua arte compie una decisiva svolta verso la liberazione dai condizionamenti della figura umana.

Influenzato dalla frequentazione dei futuristi e di Enrico Prampolini, che sostiene l'importanza della “realtà della materia”, matura in lui la sfiducia nei tradizionali valori plastici della scultura.
Sul finire degli anni Quaranta, compie così il passaggio all'astrattismo. Tornato dalla guerra e profondamente colpito dalla bomba atomica di Hiroshima, Mannucci, consapevole della nuova forma di "energia" generata dalla disintegrazione dell'atomo, dà vita a forme nuove, libera i materiali dal peso della gravità conferendo movimento alle sue opere.

Nelle sue creazioni, che lo scultore denomina "Opere" e "Idee", compaiono strutture imprevedibili in continuo divenire, che si rapportano allo spazio come nuclei generatori di energia.
Aboliti i materiali tradizionali, lo scultore sperimenta, attraverso l'alta qualità dell'operazione manuale, l'aggregazione i più tipi di materie, l'ottone, il rame, il bronzo, svolgendo un'operazione di parte affine alla contemporanea ricerca materica di Burri. E' infatti con quest'ultimo unitamente a Capogrossi, Ballocco e Colla che Mannucci partecipa alla costituzione, tra la fine del 1949 e gli inizi del 1950, del gruppo "Origine".

Nei presupposti di questo gruppo, che intende rifiutare ogni linguaggio figurativo tradizionale legato al Novecento, Mannucci elabora un proprio codice espressivo parallelo, ma del tutto singolare rivolto alla poetica dell'informale.
La fase finale della sua vita è caratterizzata dal recupero di un certo modello di classicità ed equilibrio, in cui le forme si convertono alla circolarità, archetipo della perfezione e della misura.
Morì ad Arcevia nel 1986.

Le opere al Museo: