copia della Testa del Galata Morente

Data: copia romana del primo secolo avanti Cristo da originale del secondo secolo avanti Cristo.
Materiale: originale in marmo, copia in gesso.
Dimensioni: copia al vero dall'originale solo della testa; misura 37 centimetri in altezza.
Luogo di conservazione originale: Roma, Musei Capitolini.

L'opera, rappresentante un guerriero in punto di morte, è la copia in marmo di età romana di una delle sculture in bronzo che componevano il grande complesso scultoreo - donario dedicato ad Atena Polias, posto sull'acropoli di Pergamo, dopo la vittoria di Attalo Primo, Re di Pergamo dal 241 al 197 avanti Cristo, sui Galati della Mesia, una regione della Persia.
Questa copia fu commissionata da Giulio Cesare per i suoi Horti sul Quirinale: il celebre senatore repubblicano scelse probabilmente questo soggetto in base a motivazioni propagandistiche, vedendo in questa scultura una sorta di simbolo rappresentante l'onore di quel vincitore che aveva sconfitto nemici di tale coraggio.

Il guerriero è ritratto in punto di morte, mentre il corpo si accascia sullo scudo, con il quale i Celti si opponevano al nemico nascondendo il corpo nudo.
Dal plinto o scudo si staglia il combattente con il torso flesso e ruotato verso destra a far risaltare l'incisione della ferita. In perfetta linea con la rappresentazione formale e la ricerca artistica del periodo ellenistico dell'arte greca, il volto del Galata è modellato con estrema attenzione al dato naturalistico, rispettando alla perfezione la tipica fisionomia dei Celti: labbra ben disegnate e carnose dalle quali si intravede la dentatura superiore; baffi e capigliatura sono folti e divisi in ciocche, ma la rifinitura della capigliatura ispida sembra quasi abbozzata, il naso è sottile, gli zigomi pronunciati e gli occhi con spazio orbitale non caratterizzato. Da notare, sul collo, la tipica collana celtica, detta “torques”. Questi elementi caratterizzano una iconografia e rendono immediatamente riconoscibile una tipologia umana. Degno di nota anche lo studio anatomico, caratterizzato da un forte plasticismo, con la muscolatura accentuata e tesa per il dolore, quasi accesa da un ultimo guizzo di vita.

Elemento tipico del periodo ellenistico è anche la rappresentazione del pathos, l'introduzione del patetismo nelle arti visive: così, le rughe sulla fronte ed un leggero rigonfiamento all'altezza delle tempie ci fanno capire la resistenza al dolore del guerriero in punto di morte, il suo volto sembra mostrarci la resistenza alla morte, sembra avere una espressione fiera che non accenna minimamente all'abbandono; si potrebbe pensare ad un guerriero non sottomesso, che si astrae dalla morte e sembra isolarsi da ogni contesto, ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è il riconoscere, da parte del vincitore, le grandi doti di coraggio e determinazione del nemico: lo scultore che ha modellato la statua è riuscito perfettamente a cogliere lo spirito di colui che muore con onore animato da un forte senso di disprezzo verso il carnefice.