Idea n. 21

Autore: Edgardo Mannucci.
Data: 1974.
Materiale: bronzo.
Dimensioni: 120 centimetri in altezza.
Luogo di conservazione originale: Museo Tattile Statale Omero.

Edgardo Mannucci, scultore marchigiano tra i più autorevoli esponenti dell'Informale plastico europeo, liberatosi dai condizionamenti della figura umana, sul finire degli anni 40, rivolge la propria ricerca verso le infinite possibilità della materia. Coinvolto emotivamente dalla tragedia dell'atomica di Hiroshima e consapevole della nuova forma di energia generata dalla disintegrazione dell'atomo, Mannucci giunge a forme inedite che si sviluppano attraverso l'intervento della tecnica della saldatura diretta, dove la materia incandescente sembra generare energia vitale.

Lo scultore sperimenta, attraverso l'alta qualità dell'operazione manuale, l'aggregazione di più tipi di materie: ottone, rame, bronzo, svolgendo nel contempo un'operazione di parte affine alla contemporanea ricerca materica di Burri. La scoperta del reale attraverso la materia ha spinto lo scultore a riconoscerla nei paesaggi dell'infanzia, i rocciosi rilievi della sua natìa Fabriano, all'asperità selvaggia dell'alta collina arceviese.

Il materiale plastico prediletto da Mannucci è il metallo: aspro, rugoso, grumoso, benché sotto le mani dell'artista acquisti movimento, leggerezza e levità. L'energia imprigionata nella materia si svincola trasformandosi in moto, i materiali grezzi si riducono a idee pure, infinite. La scultura Idea numero 21 appartiene ad una serie di creazioni che lo scultore denomina “Opere” e “Idee”, strutture imprevedibili in un continuo divenire che si disegnano nello spazio come nuclei generatori di energia, simboli delle ansie profondamente religiose che caratterizzavano il suo temperamento.

Dalla base in pietra a parallelepipedo si generano tutte le linee forza che andranno a costituire l'opera nello spazio. La forma ellittica e ascensionale sembra essere guidata dalla fascia metallica di maggiore dimensioni, culminante con un ampio foro che la apre allo spazio circostante. L'apertura nei confronti dell'esterno è meglio segnalata da una scattante linea, un lungo fusto metallico che sembra avvolgere o proteggere la moltitudine di sottili e leggeri filamenti con terminazioni grumose che abbracciano il nucleo centrale dell'opera, vero e proprio fulcro generatore, costituito da un fusto verticale che tiene incastonato un luminoso cuore di pietra d'ambra, liscia e dura.

La superficie metallica dell'opera risulta al tatto scabrosa, ruvida, polverosa, sembra conservare le irregolarità e i ripensamenti del suo autore. Tali sollecitazioni fisiche della superficie al tatto sembrano però venire affrancate dalle aperture circolari, dalle lacerazioni, dai solchi che governano il rapporto con l'aria e lo spazio attorno, che sembra animare l'opera, facendola danzare nell'aria e illuminando ciò che la circonda.