Pubblichiamo con piacere le impressioni sulla serata del 29 luglio, limitatamente al laboratorio del gusto e alla conoscenza del museo del signor Marcello Pesarini

Noo, non è straniero, il metodo sarebbe più consono all'Italia. Ma che Italia, quella di ieri e dell'altro ieri. Quando il cibo era poco, pochissimo, per chi andava in campagna c'era un po' di pane e d'uva, il cacio era una festa e una sferzata di energie, la carne e il pesce solo sulle mense dei signori, e neanche tutti i giorni.
Per mangiare bene dovevi essere un guerriero, perché eri speso, senza tanta sicurezza di tornare, nella difesa o nella conquista delle terre del signore. Come avranno fatto a tenersi in forza i lavoratori, quelli che hanno tracciato le strade, elevato edifici, non lo so. Poi sono cresciute le ricchezze, abbiamo governato gli elementi, ma il cibo a disposizione fino a pochi decenni fa non è stato mai tanto. Dal che il mangiare lentamente torna utile anche per far sembrare più lungo il pranzo, e sostanzioso altrettanto.

Il cibo lento, è una riconquista dell'oggi stravolto dai fast food, dal mangiare di corsa per raggiungere l'appuntamento seguente in breve tempo, non importa se lo confondiamo con quello precedente. Le cose sono tante, se ne gustano poche, si cuociono male, magari si ripassano al forno a microonde, che sostituisce la sana sfrigolatina sulla padella che dava mamma ai maccheroni avanzati da pranzo, che prendevano quel sano bruciaticcio che tanto mi manca. Prosciutto di plastica, mangiato a morsi, anche la confezione, formaggio avanzato, giù nel sacchetto dell'organico, facciamo bella figura, noci snocciolate, olive olivate, acqua gassata sennò non fai il ruttino che veniva tanto bene quando eri pieno, strapieno di lasagne.

Invece slow food, degustazione offerta pagando poco al Museo Omero, che è per antonomasia piazzaforte dell'inatteso. Museo dedicato ai non vedenti, con caratteri braille nelle diciture, ma anche prodotti inusuali, tattile per eccellenza nelle statue e nei calchi di gesso, ricostruzioni di monumenti anconetani e di fuori Ancona, luoghi di fantasia come Atene antica o l'affusto di cannone a ricordare la Palombella che non c'è più, travolta dalla frana, effetto naturale quanto stravolgente.

A tavola, mentre piove e rinfresca, un signore si dice esponente DOC di Slow Food, celebra il lavoro di chi fa vino e olio, e di chi per farli non viene retribuito, o per credere di starci con le spese ci mette dentro porcherie, o non paga i lavoratori. Ritorno alla giustizia, anche nelle parole di chi il vino lo fa, e lo "fava" anche il padre, poi lo mesce, lo accompagna con la "bruschetta" che non è bruscata, il che vuol dire recuperare il pane vecchio, ma è oliata a dovere. Che sapore, che odori di vino leggero, poi quello pesante, un nome indicibile, Decebalo, sapore di castagne, legno, torba, profumo di whisky.

Pian piano partono i racconti, le persone si avvicinano, commentano, scoprono gelaterie, cioccolate calde, desiderano l'inverno, desiderano i colori, apprezzano il tempo e non ne hanno paura.

Ancona, 29 luglio 2010: è avvenuto nello stesso palazzo dove tutti i giorni, al lavoro, mi sento male e circondato da tanta, tanta paura. Dedicato a chi si vuol bene.

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