Corriere Adriatico del 15 ottobre 2011

E' morto Farroni, gallerista e presidente del Museo Omero. La disabilità gli ha dato una marcia in più

ANCONA. Qualcuno la morte la sconta vivendo: è immediato pensarlo per Roberto Farroni, sapendo come ha vissuto. Soprattutto, come sono stati questi ultimi dieci mesi per lui, operato alla fine del gennaio scorso e poi, dopo un secondo intervento all'apparenza risolutore, scomparso ieri notte a 58 anni in seguito a fatali complicazioni all'Ospedale di Torrette.

Ma Roberto, da quando a quindici anni, in seguito a un tuffo al Passetto, rimase paralizzato agli arti inferiori, la sua vita l'ha vissuta tutta per esorcizzare gli effetti di quel nefasto incidente.

Se la vita è una guerra, lui aveva saputo vincerla, sostenuto da un carattere ferreo, coraggioso, indomito, e dalle premure adamantine del padre Giovanni Maria e della madre Egista. Cosa farà nella vita Robertino mio?, sospirava Giovanni, capo cronista del Corriere Adriatico. Tutto quello che una creatura umana può fare della sua vita, anche senza alcuna invalidità, lui, Roberto l'ha fatto. E anche di più, ma seduto su una sedia a rotelle.

Accanto a lui, da oltre sedici anni, la moglie Barbara Toppi ha significato, per sua stessa calorosa ammissione, una presenza discreta ed energica, incrollabile e competente, che l'ha sostenuto in tutte le sue battaglie.

Con la passione per l'arte ereditata dal padre, e l'umana comprensione per tutti i problemi della disabilità, senza autocommiserazioni, ma con una competenza acquisita in materia negli anni, Roberto ha portato a termine una missione che lui stesso si era imposto: dimostrare al mondo che non c'è handicap fisico che possa fermare l'energia umana, animata e guidata da una mente fertile e curiosa, intraprendente e incontentabile.

Al punto che anche quando lo rendevano polemico e provocatorio le sue insofferenze per i ritardi della burocrazia, per l'indolenza e l'insensibilità di cittadini e amministratori, non c'è mai stato nessuno che non ne abbia più o meno segretamente ammirato la tenacia instancabile, la testardaggine con cui si gettava a capofitto nelle missioni in cui credeva.

L'ultima e massima delle quali, il potenziamento del Museo Tattile Omero, che sotto le sue mani ? ne era presidente e direttore dal 2000 ? è diventato un istituto efficace nella divulgazione dell'arte ai non vedenti e apprezzato come partner operativo dai massimi musei del mondo, per vedenti e non vedenti, dal Louvre al British Museum, al Museo Tiflologico di Madrid, con i quali ha allacciato nel tempo rapporti profondi di collaborazione, sia per esposizioni che per corsi formativi.

Ed è stata la sua caparbietà che ha guadagnato al Museo Omero, istituito nel 1993 dal Comune di Ancona, un posto di riguardo nella restaurata Mole Vanvitelliana, un'ala del quale è ora dedicata alla sua istituzione, cui ha consacrato con Aldo Grassini e Daniela Bottegoni i migliori anni della sua vita. Era già stata l'attività di gallerista a costruire nella sua mente l'idea dell?apertura dell'arte a chi non ha occhi per guardarla.

L'arte non gli bastava esporla ai vedenti, nella Galleria L'Incontro, fondata ad Agugliano e poi trasferita, con la temerarietà degli eroi, nell'87 in piazza del Papa: un'altra battaglia vinta, dal momento che è da allora che la piazza ha a poco a poco ripreso il suo ruolo di cuore della città.

Ed è qui che oggi alle 10, nella chiesa di San Domenico, nel cuore della sua città che lui ha conquistato per sempre, gli diremo arrivederci, con la dolce Barbara, la madre Egista, il fratello Fausto e gli amatissimi nipoti. Da qui lo vedremo partire per l'ultima volta per Agugliano, dove sarà sepolto.

di Lucilla Nicolini