In altri musei, ovunque un simile avviso suonerebbe come un reato. Non ad Ancona. Dove esiste un'enciclopedia dell'arte in 3D da conoscere con la punta delle dita. Per chi non ha il dono della vista. E per chi riesce a guardare ma non a vedere

Doveva proprio essere cieco il vecchio Omero per figurarsi le curve di Afrodite, la schiena alata della Nike, la linea pura della fronte di Artemide, la caviglia nervosa di un Auriga o le spalle muscolose di due Lottatori avvinghiati. Attraversato con tutti e cinque i sensi - cinque, sì: anche quello della vista di cui il poeta, beato lui, poteva fare a meno - l'universo popolato dai suoi dèi e dai suoi eroi, l'impressione sconvolgente che si ha è che cada una benda dagli occhi. Noialtri "comuni" e "mortali", esclusi dalle visioni superne dell'Olimpo e (a suon di divieti) dalle altezze eterne dell'arte, noialtri "normodotati", aggrappati cioè alle espressioni innocue, alle definizioni politicamente corrette, soprattutto all'inamovibile punto cieco da cui si apre - quanto esiguo - il nostro cono visivo, non potevamo sapere. Niente paura. Un giretto dentro lo spazio mirabilmente, avvedutamente, oculatamente, ragguardevolmente - e guarda guarda: tutti gli avverbi encomiastici e positivi fanno leva sul "guardare" - intitolato al veggente di Chio rovescerà qualsiasi retto (piatto?) angolo di prospettiva. Per offrire una percezione a tutto tondo dell'arte. Al Museo Omero di Ancona - Museo Tattile Statale e spazio unico nel suo genere a livello europeo e mondiale - c'è, ovviamente, l'arte greca. E c'è, dispiegata su 750 metri quadrati di superficie, disposta in ariosa, accessibile prossimità (niente transenne, paletti, piedistalli o vetrine), tutta l'arte che dalla culla ellenica è cresciuta attraverso la civiltà d'Occidente fino a noi. Sono le forme plastiche, scultoree, architettoniche che generalmente (s)filano lisce - spianate sulla linearità delle due dimensioni - nel patrimonio enciclopedico della nostra memoria artistica o nelle rassegne manualistiche della nostra cultura di scuola. D'accordo, non c'è alternativa per chi, in absentia, voglia fruire delle belle opere o sia costretto a studiarle: ammesso che "costrizione" non strida come un nonsense accanto alla "bellezza".

D'accordo, resta sempre l'opzione (tele)visiva che, attraverso la lontananza, proietta fino a noi immagini originali nelle loro illimitate riproduzioni: ammesso che il riverbero virtuale di schermi, teleschermi e Dvd basti a rimpiazzare l'aura - benjaminiana direbbe un filosofo - perduta con l'infinita riproducibilità dei capolavori. Sono per lo più riprodotti, d'accordo, i capolavori - oltre cento - raccolti dal 1993 nella collezione anconetana: "Un'enciclopedia dell'arte in tre dimensioni", dice il direttore del Museo Omero Roberto Farroni. Eppure Walter Benjamin si sarebbe avvicinato con la pelle d'oca e la mano tremula alla Venere di Milo per rompere con gesto timido, con la punta delle dita, il cerchio magico che l'avvolge da una ventina di secoli. È questa la mossa trasgressiva che gli "spettatori" - oops, si fa per dire: per ribadire involontariamente il primato dello "spectare" -, che tutti i visitatori - meglio: ciascuno a proprio modo non vedente - sono chiamati a compiere nel nome del cieco Omero. "Si prega di toccare".

Altrove, ovunque, un simile avviso suonerebbe come l'invito a commettere un reato. Stavolta non si fa per dire, se è proprio Aldo Grassini - che con la moglie Daniela ha fondato il Museo Omero 15 anni fa - a dirci quante volte girando per il mondo palmo a palmo (a tentoni se si vuole: perché lui non ci vede) sulle tracce dell'arte, si è sentito riprendere a gran voce da quelli che sonoramente si appellavano agli altolà, chi va là, giù le mani, pussa via sempre esposti in bella vista per chi di buona vista ha il dono di godere. Non è il caso di Aldo che "come si arrabbiarono", ricorda, "quando toccai uno sgabello futurista, o la ruota di una carrozza dei Savoia", e che, racconta, perse la luce degli occhi quasi sessant'anni fa all'età di sei anni per l'esplosione di un ordigno bellico. Però il suo sguardo acceso, puntato verso l'alto in quella maniera che hanno i ciechi di manifestare una fiduciosa attenzione, o forse disarmata stupefazione, tradisce un altro modo, più sottile e più segreto, di regalarsi il piacere. È lui a farci da guida: a noi che, impediti, non sapremmo dove mettere le mani. Aldo le appoggia con fermezza, con esperta delicatezza sulla cupola del Pantheon, messo lì, accanto alla riproduzione in scala, sotto forma di un plastico volumetrico ligneo su di un tavolino: per servirsi. Ma che fa? Lo scoperchia, ne estrae una sfera perfetta. "Questa naturalmente non c'è dentro l'edificio romano", spiega passandosela da una mano all'altra come un giocattolo. "Introdurla nel modellino del tempio rende evidente la simmetria tra la cupola e la pianta, rende tangibile l'assoluta armonia del suo disegno". In un attimo, con destrezza, rimette insieme la costruzione. E intanto dà una prova dimostrativa di un altro modo dell'intellezione e dell'intuizione. "L'esplorazione tattile è analitica", spiega. "Costruisce un pezzo alla volta lo sguardo d'insieme per coloro che, incapaci del colpo d'occhio, non possono averlo". Poi, sotto i nostri occhi, smonta il complesso del Partenone: lo apre come la scatola di un prestigiatore e mostra la statua crisoelefantina che c'era nascosta dentro. O la cupola fiorentina di Santa Maria del Fiore: "Vede?". Adesso sì, ma lui l'aveva visto prima e meglio di me. "Ecco perché regge un impianto così grande. Brunelleschi l'aveva fatta doppia e leggerissima: come lo scafo d'una barca". Infila le dita nelle fauci di un doccione zoomorfo medievale che, invisibile da secoli per chiunque, si sporge come una chimera a molti metri dal suolo sulla facciata del Duomo di Monza. Impugna una statuina spezzata sul portale della basilica di San Pietro. Rompe soprattutto uno schema solidissimo per noialtri accecati dai luoghi comuni: quello che oppone il pensiero analogico al digitale. E svela quanto evocativa, suggestiva, densa di risonanze e sensazioni può essere l'intelligenza delle dita: precisa quanto il calcolo informatico o il sistema numerico decimale, poetica come dev'essere l'esperienza ad ampio raggio dell'arte.

L'esperienza di Aldo e Daniela - affamati d'arte - o degli ospiti non ipovedenti di Omero ci persuade che la visione è un'astrazione se astratta dagli altri quattro sensi. Convince che la prima - la principale e la più antica - via d'approccio al mondo è quella tentata con le mani. Basta pensare ai bambini, che toccano, afferrano, manipolano. Certo, rischiano di rompere. Perciò la facoltà tattile va non già dimenticata bensì educata. E impartire un'educazione al "tatto" significa insegnare una virtù equivalente, sul piano etimologico e visivo, a quella del "ri-guardo" e del "ri-spetto". Ma è tardi, che ore sono? "Le dodici meno 6 minuti", dice Aldo che, alzato il vetro dell'orologio, sfiora il quadrante senza spostare di un millimetro la lancetta dei secondi". Roberto Farroni lo guarda incantato: "Nessuno di noi saprebbe farlo. Io godo quando Aldo e Daniela mi sfiorano il volto. Il loro tocco è come un'ala, una piuma, una farfalla". Resta da vedere il pezzo forte del museo. Un originale, preziosissimo: intatto da 20 secoli e chiuso da 35 anni nella sezione romana della collezione archeologica delle Marche e in mostra all'Omero fino al 31 maggio. È l'Augusto Capite Velato: il volto regale e, se possibile, ancor più che imperiale del Cesare che, in veste di pontefice massimo, irradia una luminosa, apollinea serenità. Complice - va detto - Effetto Luce, che ha studiato un apposito sistema di illuminazione per favorire gli ipovedenti. A chi, si fa per dire, ci vede perfettamente, sembra che quel bagliore irraggi direttamente dagli augusti lineamenti. Mette soggezione. Chi osa toccarlo? Noi goffi, mediocremente dotati non possiamo che sfiorarlo con i guanti. Per togliere a mani nude il velo ad Augusto ci vorrebbero dita fornite di ali di farfalla. (Foto ag. Contrasto)

Performance (ed emozioni) nel buio Altri spazi espositivi analoghi al Museo Omero di Ancona non se ne vedono. Prendete il giudizio - tranchant, lo ammettiamo - come credete. Perché è vero che nessuno ha visto nulla tra chi, all'Istituto per ciechi di Milano, ha assistito alla mostra Dialoghi nel buio allestita nel 2002 e replicata nel 2005: indimenticabile percorso esplorativo della sapienza e delle emozioni dei sensi. Tutti hanno visto poco visitando il memoriale dei bambini a Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto di Gerusalemme dove, attraversando le tenebre più nere, si intravede pian piano da lontano il luccicare del firmamento mentre una voce mormora i nomi delle piccole vittime del genocidio. E i più hanno visto male - chi scrive, inciampando, si fece pure male - quando, raccogliendo la provocazione teatrale di Cristina Pezzoli, regista nel 2001 di L'Istruttoria di Peter Weiss al Franco Parenti di Milano, fece accalcare gli spettatori dietro il palco: pigiati a luci spente come in un convoglio da deportati. "Queste sono performance", commenta il direttore del Museo Omero Roberto Farroni. "Per chi vuole ne facciamo anche qui: visite guidate a occhi bendati". Ma non è la regola. Ai non vedenti la benda non occorre. I vedenti possono godere - ora nella sede di via Tiziano 50, a fine 2008 nella Mole Vanvitelliana di Ancona - di un'inedita visione "stereoscopica", supportata dal tatto, delle opere d'arte. Occasione esclusiva: offerta solo al Museo Tiflologico di Madrid, "dedicato però esclusivamente all'architettura", precisa Farroni. E in certe sezioni del Louvre: ispirate all'Omero di Ancona.

di Alessandra Iadicicco, Foto di Stefano G. Pavesi

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