Bartoletti lavora al dipinto

Impressioni del signor Marcello Pesarini, partecipante al laboratorio di giovedì 5 agosto (Sensi d'Estate 2010)

"Sono in quella fase della vita in cui, non essndo più solo miope, ma anche presbite, e non volendo andare in giro con una bottega d'ottico con me, sono sempre indeciso fra portare gli occhiali da miope e strizzare gli occhi per vedere meglio, e stare senza lenti e sentirmi poco dopo nella nebbia".

Una frase del genere può essere pronunciata a cuor leggero, ma all'interno del Museo Omero può capitare di sentirsi rispondere: "Si può considerare fortunato, io non ci vedo quasi per niente". Così si è avviato il dialogo con Gabriele Bartoletti, pittore ipovedente di Pesaro, presente giovedì 5 agosto nei locali del Museo per un breve laboratorio sulla pittura con le mani.

Non è possibile riprodurre per iscritto l'ironico accento pesarese con cui Gabriele mi ha affettuosamente riportato all'ordine, altrettanto mi sforzerò nel tradurre in parole la sabbia mista a colla di pesce che rappresenta la crosta sovrapposta alla tela, composta essa stessa di juta o simili. Questo il campo di battaglia su cui il pittore ha tracciato prima le forme principali dei cavalli e delle stelle di mare e poi i solchi meno profondi delle code, delle criniere ed altro.

Chi come me aveva letto sulla bacheca "Dipingere con le mani" e si era aspettato di tracciare come Pollicino una strada fatta di mani multicolori, ha scoperto ieri sera che l'istruzione del pittore era un'altra: far sentire a chi vede, che tipo di accorgimenti si sono dati i non vedenti che si vogliono esprimere nella pittura. Tracciare i confini, mettere in fila i colori, le tavolozze, la bacinella d'acqua, i pennelli, gli stracci, sul tavolo. Rimettere le cose da dove le hanno prelevate, tastarle fino a che non si è sicuri di averle riconosciute, "sentire" i colori "caldi" da quelli "freddi", stratificare di conseguenza i diversi corpi. Un metodo nell'arte se la si vuol amare e rispettare. Poi sono venuti i colpi di spatola, l'inzuppatura della tela con l'aiuto della spugna, la lavatura collettiva delle mani.

Ringrazierei Gabriele per come ci ha fatti osservare ma anche provare a dipingere, mano mano o mano pennello, il bambino per primo, e il Museo di esistere e, forse, di essere un servizio per tutti noi anconetani ed oltre, e di restare seminascosto, da scoprire, su questa collina.

PS: grazie anche del cartone su cui ci siamo puliti le mani, che è diventato il nostro primo dipinto, mio e di mia moglie, MADE IN OMERO.

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