di Rita Casadei (Dipartimento di scienze dell’educazione - Università di Bologna)

“Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo”.
Perché partire dall’epitaffio di Maria Montessori? Perché è un messaggio bello: riguarda l’umanità e attraverso il bambino tocca ciascuno di noi in ogni punto di spazio e tempo. Tutte le generazioni sono ridestate a portare a compimento lo sviluppo e la realizzazione della propria pienezza e condivisa umanità.
E’un invito a dare senso e direzione alla progettualità educativa ed esistenziale, attraverso un esercizio chiaro e consapevole che permetta a ciascuno responsabilità e piacere nel dare senso alla propria vita. Vivere è impiegare energie: percepirle, orientarle e renderle condotta saggia e armoniosa. Questo è possibile accedendo a quell’indissolubile unità di corpo, mente e cuore che consente di fare dell’interazione con il mondo e dell’apprendimento attraverso il mondo una ricca esperienza estetica. Dal greco αἰσθάνομαι, il richiamo è allo sviluppo congiunto di sensibilità e discernimento, di intelligenza motoria, di alfabetizzazione emotiva, di sensorialità e pensiero astratto-immaginativo. E’chiara l’importanza della sensorialità nel processo di conoscenza di sé e del mondo, nonché della costruzione di una sana e solida personalità. Attraverso i sensi si conosce di più e più in profondità, si dà dignità al corpo come risorsa di conoscenza e di espressione al pari delle facoltà intellettuali e delle competenze emotivo-affettive. L’esplorazione estetica del mondo permette di tenere dilatato e desto il proprio campo percettivo, di nutrire uno spirito esplorativo denso di stupore e meraviglia poiché attento al dettaglio, all’istante che non si dà mai uguale: ogni accadimento è nuovo, accade sempre per la prima volta e merita per questo stupore, attenzione, esplorazione, apprezzamento. Stupore e meraviglia sono un’attitudine energica e al contempo fine, dedita a nutrire interesse, gioia e amore per l’incontro e il conoscere. La meraviglia è lo sguardo che non dà nulla per scontato e che partecipa alla conoscenza – non in termini di mera assimilazione, ma di disvelamento del non conosciuto. In termini pedagogici la categoria della meraviglia permette di accreditare la dimensione estetica come cruciale, tanto nel riconoscimento della complessità della persona nella sua integralità di corpo, vissuto emotivo-affettivo, molteplicità di bisogni e linguaggi di espressività, tanto nella legittimazione di un progetto di piena fioritura della persona, a partire dall’accesso al proprio potenziale interiore.
Nella meraviglia si vigila affinché non prevalga il pensiero scontato, banalizzante; si nutre l’opportunità di incontrare la bellezza, di toccarla, ma anche di lasciarsi toccare da essa. La bellezza si caratterizza come disposizione interna capace di generare qualità elevate dell’essere umano. La meraviglia è rivelatrice di una postura esistenziale che è protesa alla ricerca, una ricerca alimentata dall’amore e nell’amore per il sapere, non come immagazzinamento di nozioni, ma come sguardo, gesto, ascolto che assapora, dunque esperisce, riflette, sente.
Per il termine sapere è importante il richiamo alla sua radice etimologica: dal latino sapere, assaporare, rimanda ad un interagire tra sé e l’ambiente in un approccio estetico, nel coinvolgimento pieno della sensorialità come risorsa e linguaggio di intelligenza e sensibilità, in cui l’esperienza corporea è legittimata come via per accedere alla gradevolezza. La dimensione estetica, dunque, permette di penetrare la profonda e fine interconnessione tra corpo-mente/cuore/-spirito (dimensioni che in cinese e giapponese sono espresse da uno stesso ideogramma 心shin, a testimonianza che questi aspetti non vivono nella dualità). Educare attraverso l’azione dà corpo a questa sensibilità. La concettualizzazione e le astrazioni devono essere mediate dalle percezioni e dalla manualità esercitata. “Nella prima infanzia la mano aiuta lo sviluppo dell’intelligenza e nell’uomo maturo è lo strumento che ne controlla il destino sulla terra” (Montessori, La scoperta del bambino). La mano opera la saldatura dinamica tra mente e creatività, sensi e motricità, essere umano-ambiente. Bellezza e pace implicano rapporto (come proporzione-relazione, incontro-azione) tra individuo e ambiente; nutrendo di meraviglia lo sguardo si intercetta bellezza e si promuove pace nel Cosmo e nel Mondo. Entrambe queste parole vi si richiamano già dal loro etimo: cosmo dal greco κόσμοςordine – proporzione–armonia; mondo dal latino mundus – ordine – nitore– interezza (integrità).
Il senso della meraviglia accompagna alla scoperta, all’incontro e al contatto con la natura della bellezza e della pace e mediante il coinvolgimento della sensorialità porta a sintonizzarsi su un tempo dilatato: il tempo dell’ascolto, del sentire, del toccare per espandere intelligenza e sensibilità fine. Vi è un’esperienza sensoriale che possiamo considerare trasversale e significativa: l’esercizio del silenzio, nel suo essere sia silenzio del gesto sia silenzio della parola. Possiamo considerarla esperienza matrice per entrare in consonanza con la bellezza e la pace, generarle come disposizioni interne per riconoscerle nella loro espressione esterna. L’esercizio del silenzio coltiva attenzione e sensibilità, concentrazione e delicatezza così da consentire l’accesso alla significatività dell’esperienza meditativa, richiamando il corpo alla compostezza, l’attenzione alla vigilanza, l’emozione alla pacatezza. Nel lavoro meditativo si impara ad ascoltare e sentire sé, a prendere e mantenere una posizione: si fa esperienza del corpo come costituito di elementi universali, del proprio respiro come voce interna che parla di sé e dell’universo assieme. Si impara l’unità di corpo respiro e mente, si sperimenta la gradevolezza della pace e della bellezza. Si impara a disciplinare la mente così da essere capace di osservare il proprio pensiero, non nei suoi contenuti, ma nelle sue forme e nel suo movimento – a patire da un punto stabile, fermo di osservazione. E’un’esperienza significativa che nutre fiducia nelle proprie potenzialità di conoscenza e trasformazione; sviluppa una forma di intelligenza concreta, legata all’esperienza corporea e alla realtà; sviluppa una comprensione penetrante, selettiva e unitaria del mondo; promuove una sensibilità che intercetta un principio di ordine e armonia e una sensibilità in termini di partecipata coscienza di pace. La conoscenza di sé è est-etica in quanto ci interpella non tanto in termini di “chi siamo” (cristallizzando un’immagine di sé) quanto in termini di “come siamo” (che cosa facciamo con ciò che siamo diventati).

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