Elena Tesser
Il divieto di toccare le opere d’arte ha radici socio-politiche ed evidenze scientifiche legate alla materia. Nel XVIII secolo, l’accesso tattile era un privilegio delle classi elevate, il cui tocco era considerato “razionale” e non dannoso. Con l’apertura dei musei al grande pubblico, il divieto di toccare le opere divenne stringente, bollando il contatto fisico come “sporco” e “indisciplinato”. Tale restrizione, mantenuta valida fino a oggi, ha portato la museologia moderna a privilegiare la vista come senso principale dell’apprendimento, relegando gli altri sensi, tra cui il tatto, a modalità conoscitive secondarie.
Se le giustificazioni socio-politiche possono oggi essere opinabili, dal punto di vista scientifico, l’interazione della pelle con i materiali dell’arte mostra alcune evidenze chiare.
La pelle è un sistema biochimico complesso, costituito dal 70% di acqua, 25% di proteine e 3% di lipidi, con percentuali inferiori di sali minerali. L’ambiente in cui viviamo porta l’organismo ad assorbire un contenuto variabile di inquinanti e gas disciolti nell’atmosfera.
Con il tatto la pelle trasferisce una miscela di sebo e sudore: il sebo è una secrezione lipidica, mentre il sudore è prevalentemente acquoso, non neutro, con elettroliti e composti organici potenzialmente reattivi con vari substrati.
Il deterioramento delle opere non può essere stabilito a priori ma dipende dal materiale, dalla porosità, dall’ambiente e dalla presenza di eventuali trattamenti conservativi.
Dal punto di vista chimico, il deposito di sudore su opere in bronzo e leghe di rame può favorire fenomeni di corrosione a causa dei cloruri disciolti (bronze disease). In altri casi, residui organici lasciati dal tocco su substrati lapidei porosi possono alimentare lo sviluppo di batteri come il Serratia marcescens, che produce pigmenti bruno-rossastri. Inoltre, sostanze solforose veicolate dalle secrezioni cutanee possono reagire con pigmenti a base di piombo nei dipinti, provocando alterazioni cromatiche.
Dal punto di vista fisico, invece, l’abrasione dovuta allo strofinio può rimuovere nel tempo la patina nobile e la superficie decorata originaria, aumentando rugosità e porosità del substrato.
Attraverso la scienza applicata ai beni culturali, le opere costituiscono una fonte imprescindibile di informazioni per conoscere tecnologie di produzione, provenienza, datazione, autenticità e stato di conservazione dei manufatti, oltre a identificare le cause del degrado e sviluppare linee guida che garantiscano conservazione e fruibilità.
La letteratura scientifica è tuttavia ricca di interventi di restauro che hanno compromesso la stabilità delle opere per uso errato di prodotti, pratiche inadatte o ambienti di conservazione non idonei. C’è allora da chiedersi: in ottica di preservare il patrimonio, sono davvero le mani delle persone l’unico fattore da limitare?
La “Museologia Sensoriale” promuove oggi, su basi solide, un tocco controllato o stratificato. Lo stesso Museo Omero parla non di toccare ma di accarezzare le opere. Il tatto fornisce informazioni su peso, densità, temperatura e vibrazione che la vista non può cogliere, acquisendo così un valore cognitivo. Persone cieche e ipovedenti necessitano del contatto fisico per avere accesso all’arte, e diversi studi hanno dimostrato come il tatto abbia comportato benefici terapeutici significativi anche in contesti di cura.
Per i grandi musei custodi di opere storiche e contemporanee si potrebbe allora pensare non a un divieto universale, ma a uno studio dei materiali delle collezioni per selezionare oggetti “adatti alla manipolazione” — come pietre a bassa porosità o metalli protetti — altri a “uso limitato” in occasioni particolari, come il recente caso del Cristo velato al Museo Cappella Sansevero di Napoli, e oggetti “intoccabili” per fragilità o natura dei materiali. Per questi ultimi, scansioni e stampanti 3D, insieme alla riproduzione di copie fedeli degli originali, possono permettere un’esperienza tattile completa senza rischio.
La diagnostica dei beni culturali potrebbe essere al servizio di questa soluzione, non solo per classificare le opere da toccare ma anche per monitorare nel tempo l’impatto del tatto sulle superfici, limitando o ampliando eventualmente i permessi concessi.
Le visite tattili spesso promuovono l’utilizzo di guanti in nitrile a tutela sia dell’operatore sia dell’opera, sebbene i guanti limitino talvolta la reale percezione del materiale. In alcuni musei, per evitare l’uso dei guanti, viene richiesto il lavaggio delle mani prima del contatto, al fine di ridurre l’apporto di inquinanti esterni, sostanze grasse e sali solubili. Nel 2021, in occasione della mostra “This Living Hand”, la Henry Moore Foundation introdusse negli Henry Moore Studios & Gardens un lavabo all’ingresso per incoraggiare i visitatori a interagire con le sculture solo dopo aver lavato le mani.
È necessario ricordare, che anche con mani perfettamente pulite la pelle continua a emettere sebo e sudore; pertanto, sarebbe necessario ripetere il lavaggio in relazione alla durata della visita. Inoltre, i gel igienizzanti non rimuovono la componente lipidica del sebo e possono lasciare sulla pelle sostanze trasferibili con il tatto.
In un panorama così ricco e sfaccettato di varianti, piuttosto che continuare ad applicare la regola assoluta del “non toccare”, si potrebbe lavorare in gruppi multidisciplinari per regolare le visite tattili a tutela delle opere e dei pubblici.
Il divieto non dovrebbe quindi essere assunto come dogma, ma sottoposto a valutazione scientifica per permettere a tutti un accesso più ampio alla cultura e alla conoscenza.