Loretta Secchi
Sabato 9 maggio 2026, presso il Museo tattile Statale Omero di Ancona, si è svolto il primo dei tre eventi in programma, riferibili ad un pregiato progetto di AICVAS, acronimo di Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, per l’anno corrente e finanziato dal Ministero della Difesa. Si tratta dell’iniziativa: “Educare alla Pace con l’Arte”.
L’argomento esaminato è stato il capolavoro indiscusso di Pablo Picasso, intitolato Guernica, realizzato dal celebre pittore spagnolo in seguito ai tragici eventi che coinvolsero la omonima città basca, bombardata il 26 aprile dalla Legione Condor tedesca e dall’Aviazione Legionaria italiana, su richiesta dei nazionalisti di Francisco Franco.
In Guernica affiorano simboli e reminiscenze iconografiche care a Picasso, assolutamente attagliate al tema trattato. Ricordando le parole dello storico dell’arte Roberto Longhi, potremmo sostenere che la genesi del dipinto porta a scavare nella profondità della tradizione iconografica cristiana, al fine di conferire un’aura universale e sacrale alla sofferenza civile di Guernica. Il legame più diretto con il tema della strage degli innocenti si manifesta nella figura della madre urlante, sulla sinistra del dipinto, che ricorda la Mater dolorosa della versione della Strage degli innocenti di Guido Reni.
Il Pathos e la Pietas, dunque, altro non sono che una comunione di condizioni umane, reali e simboliche al tempo stesso. La donna che sorregge il figlio morto richiama per questo la struttura della Pietà, ribaltata in un grido di disperazione, a ricordare sia certe composizioni medievali della pittura del nord, sia alcune rappresentazioni drammatiche della pittura rinascimentale e seicentesca, in cui i gesti di implorazione o disperazione si fanno volutamente eloquenti.
In Guernica, il collo del bambino, spezzato e rivolto all’indietro, è un riferimento esplicito alla staticità tragica dei neonati trucidati nelle pale d’altare rinascimentali e barocche. La stessa mimica del dolore: gli occhi a forma di lacrima e la bocca spalancata verso l’alto, trasformano il dato di cronaca in un archetipo biblico, dove la violenza del potere si abbatte sull’indifeso.
Utilizzando questi codici, Picasso eleva il bombardamento del 1937 da evento politico a tragedia eterna e moralmente inumana. La Strage degli Innocenti diventa il filtro attraverso cui l’osservatore riconosce l’orrore morale della guerra, trasformando le vittime spagnole in martiri universali della modernità. Vi è la forza istintuale del toro che riecheggia la natura cruenta e fiera della corrida in Arena.
Soprattutto il cavallo imbizzarrito, per anatomia e postura, riconduce ai trionfi della morte tardo trecenteschi o protorinascimentali, basti pensare all’impressionante affresco staccato, di autore e datazione sconosciuti, oggi esposto presso Palazzo Abatellis, in cui la morte in groppa a uno spettrale cavallo scheletrico si lancia al galoppo, mentre intorno a sé la vita si svolge incurante del destino che si sta abbattendo sugli umani, senza distinzione di età ed estrazione sociale. Similmente il cavallo geometrizzato di Picasso, dalle froge dilatate per lo spavento e la dentatura esposta, evoca questo essere colti di sorpresa, il non potersi sottrarre a un destino, esattamente come il guerriero che giace a terra, smembrato, con ancora in pugno la spada spezzata, segno inequivocabile di vita interrotta.
Ma vi sono anche simboli che riaccendono la speranza, per quanto timidi: un fiore che spunta vicino ai morenti; la lampada sorretta dalla mano di una donna che irrompe nella scena e sembra accendere una luce capace di cacciare le tenebre dal cuore umano.
“La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto”, sosteneva Pablo Picasso. Giusto: se pensiamo cosa significhi trasfigurare la realtà, conservando per stile e cognizione aderenza al senso profondo di un tema e del modo in cui esso trova degna e pregnante rappresentazione, indipendentemente da ogni pretesa di verosimiglianza, tanto limitante, quanto inadeguata operazione nell’arte. Poiché l’essenza del vero vince sull’apparenza della verosimiglianza, Picasso lungo l’intera sua carriera ha studiato il modo migliore per esprimere iconicamente il suo pensiero, senza elucubrazioni, semplicemente con la forza della forma e dello stile, quindi nel modo migliore in cui un artista elegge un soggetto per tradurre in immagine ciò che prova in cuore.
Va considerato che proprio al Museo Omero è permanentemente esposta una riproduzione a rilievo, in scala 1:2,775, di Guernica, realizzata in terracotta policroma da undici allievi della Libera Università Cinque Castelli e donata al museo nel 2017, a ottant’anni di distanza esatti dagli eventi che ne hanno determinato la genesi. Si tratta di una restituzione che, pur presentando alcune variazioni rispetto all’originale, offre alle persone non vedenti e ipovedenti una concreta conoscenza di questo capolavoro.
Al contrario del dipinto, dove i toni predominanti sono quelli del blu e del grigio, la terracotta, nella traduzione tattilmente esperibile, è stata smaltata, usando il bianco e l’arancio per le figure e i toni del blu per lo sfondo, scelta che facilita la percezione degli elementi compositivi, nei visitatori ipovedenti.
Durante la presentazione dell’iniziativa, il Coordinatore di AICVAS delle Marche Giordano Vecchietti, il Presidente del Museo Omero Aldo Grassini e l’Assessore alla cultura del Comune di Ancona Marta Paraventi, hanno saputo e voluto sottolineare il ruolo educativo e l’attualità del tema, oggetto della conferenza, invitando il pubblico, comprensivo di ventuno studenti del Liceo Artistico “Licini” di Ascoli Piceno, a riflettere su quanto le opere d’arte possano essere una Summa symbolica e un precipitato della coscienza umana, senza tempo, pur calate nella storia.