Maria Pia Coccia e Maria Manganaro
Nei musei di tutto il mondo vige un divieto: NON TOCCARE. Un imperativo tanto abituale da essere percepito quasi come un postulato sacro. La sua ragion d’essere non è tuttavia da ricercare nelle sacre scritture, bensì nella natura stessa della materia: instabile, alterabile, deperibile.
La pelle umana non è neutra. Ogni contatto deposita acqua, sali, grassi, acidità: una traccia biologica invisibile che, nel tempo, modifica ciò con cui entra in contatto. Il sudore accelera l’ossidazione dei metalli, altera patine superficiali e protettivi, rendendo opache e progressivamente porose superfici originariamente lucide e brillanti.
Dal punto di vista scientifico, il deterioramento prodotto dal tatto dipende dai materiali costitutivi dell’opera, dalla loro porosità, dall’ambiente di conservazione e dagli eventuali trattamenti subiti nel tempo. Nel caso di bronzi e leghe metalliche, i cloruri presenti nel sudore possono favorire fenomeni corrosivi; sulle superfici lapidee porose, i residui organici possono invece alimentare lo sviluppo di microrganismi e alterazioni cromatiche.
Anche l’abrasione prodotta dallo strofinio ripetuto può consumare progressivamente patine storiche e superfici decorate. Per questo, nei musei, il tatto è normalmente proibito. Non per difendere un’aura sacrale dell’opera, ma per rallentarne il deterioramento.
Nella tradizione occidentale, infatti, la conservazione dell’originale possiede un valore non soltanto estetico, ma culturale e scientifico. Nei materiali dell’opera — pigmenti, leganti, fibre, patine, tecniche esecutive, tracce di restauro — si conserva una quantità di informazioni essenziale alla conoscenza storica. Distruggere quella materia significa perdere occasioni di conoscenza.
Negli ultimi decenni, tuttavia, musei tattili ed esperienze accessibili hanno messo in discussione un modello fondato quasi esclusivamente sulla visione. In particolare, il lavoro di Aldo Grassini e del Museo Tattile Statale Omero ha riportato al centro una domanda radicale: il tatto è davvero incompatibile con l’arte?
La risposta non consiste nel negare il problema della conservazione, ma nel ripensare il rapporto tra contatto e opera.
Il Museo Omero raccoglie infatti opere concepite fin dall’origine per essere esplorate attraverso le mani. Non copie appositamente realizzate, ma opere donate affinché il contatto faccia parte della fruizione. Opere che accettano usura e trasformazione prodotte dall’esperienza tattile.
Non è dunque il tatto in sé a essere proibito. È il contatto inconsapevole, indiscriminato, cumulativo.
La conservazione contemporanea non elimina il contatto: lo disciplina. Per questo restauratori, conservatori e studiosi manipolano le opere seguendo protocolli rigorosi e utilizzando dispositivi di protezione. Anche nelle visite tattili, l’esperienza può essere regolata attraverso il lavaggio delle mani, l’uso di guanti o la selezione di materiali più resistenti.
La diagnostica scientifica potrebbe inoltre permettere di distinguere opere manipolabili, opere accessibili solo in occasioni specifiche e opere troppo fragili per essere toccate. In molti casi, scansioni e riproduzioni tridimensionali consentono già oggi un’esperienza tattile senza rischi per gli originali.
In questo senso, il Museo Omero non rappresenta soltanto un’eccezione inclusiva al divieto museale. Propone una diversa idea di relazione con l’arte: un’esperienza tattile prevista, progettata, accettata.
La tradizione occidentale tende infatti a riconoscere nell’originale un valore irripetibile. Non si vuole tramandare soltanto l’immagine dell’opera, ma la sua stessa materia storica. Per questo il “non si tocca” non nasce dal desiderio di separare il pubblico dall’arte, bensì dal tentativo di preservare ciò che il tempo ci ha consegnato.
Esso non dovrebbe però trasformarsi in un dogma assoluto, ma in una pratica consapevole, capace di conciliare tutela, accessibilità e conoscenza.