Giulio Segato
Alla Mole Vanvitelliana di Ancona, nell’ambito del festival di poesia La Punta della Lingua 2026, la mostra “Super Pignotti” (dal 27 giugno al 7 luglio 2026) ha acceso i riflettori su Lamberto Pignotti, protagonista della neoavanguardia italiana e figura chiave della poesia visiva internazionale. Il percorso espositivo ha attraversato quasi ottant’anni di ricerca del poeta, restituendo al pubblico il lavoro di un autore che ha fatto dell’incontro tra parola e immagine uno dei luoghi più fertili della sperimentazione artistica del secondo Novecento.
L’esposizione ha raccolto 33 opere disposte in ordine cronologico, dai primi disegni di gusto surrealista della fine degli anni Quaranta, fino agli Iper-rebus degli anni Duemila. Ne è emersa una traiettoria coerente e insieme mutevole, capace di attraversare stagioni, linguaggi e supporti senza perdere il proprio nucleo critico: interrogare i codici della comunicazione e smontare i meccanismi della persuasione visiva.
Hanno aperto la mostra tre disegni giovanili che lasciano già intravedere l’influenza delle avanguardie storiche, in particolare del Surrealismo e Dadaismo. Sono lavori ancora iniziali, ma già orientati verso quella tensione sperimentale che porterà Pignotti a elaborare, negli anni successivi, una ricerca fondata sulla relazione dinamica tra scrittura, immagine e critica della società contemporanea.
Il cuore del percorso è stato dedicato agli anni Sessanta, stagione decisiva per l’artista. È in quel contesto che Pignotti, insieme a Eugenio Miccini, Lucia Marcucci e altri protagonisti della scena fiorentina, contribuisce alla nascita del Gruppo 70, esperienza centrale per lo sviluppo della cosiddetta poesia tecnologica o poesia visiva. Nei collage verbo-visivi di questo periodo, slogan pubblicitari, titoli di giornale e immagini patinate vengono sottratti al loro uso originario e ricombinati in modo spiazzante con un sottotesto quasi sempre ironico. Il risultato è un cortocircuito semantico che costringe chi guarda a interrompere la fruizione passiva del messaggio e a prendere coscienza dei suoi dispositivi nascosti.
È qui che si coglie uno degli aspetti centrali del lavoro di Pignotti: l’ironia. Non un semplice tono leggero o una figura retorica, ma una postura critica, un modo di abitare il linguaggio senza subirlo. L’ironia, nel suo lavoro, agisce come antidoto a ogni lettura dogmatica e a ogni pretesa di significato definitivo. Smonta i messaggi, li incrina, li espone nella loro ambiguità. In questo senso, l’opera di Pignotti non chiede mai una ricezione passiva: costringe piuttosto chi guarda a interrogarsi su ciò che vede e su come lo vede.
Un secondo nodo decisivo riguarda la personale definizione di linguaggio poetico del poeta. Pignotti mette in discussione molto presto l’idea che la poesia debba riconoscersi in un lessico nobile o in una sintassi separata. Per lui la poeticità non risiede nelle parole in sé, ma nella finalità e nell’effetto dell’operazione artistica. È questo passaggio a rendere possibile l’apertura della poesia ai linguaggi della modernità: giornali, pubblicità, fumetti, slogan, fotografie. La poesia, così non viene impoverita dal contatto con i codici del presente, ma trova proprio in quella contaminazione una nuova possibilità di esistenza critica.
Se a un primo sguardo alcune opere sembrano rimandare alla Pop Art statunitense, la direzione intrapresa da Pignotti e dal Gruppo 70 appare diversa e assai più politica e polemica. Nella poesia visiva di Pignotti non si tratta di celebrare o trasformare in icona l’immaginario dei consumi, ma di problematizzarlo e incrinarlo dall’interno. La parola, resa immagine, si trasforma così in uno strumento di resistenza critica, capace di mettere in discussione il linguaggio della comunicazione di massa.
Un altro passaggio importante della mostra ha riguardato l’evoluzione del lavoro di Pignotti tra la seconda metà degli anni Settanta e i decenni successivi. Se nelle opere precedenti prevaleva una logica di accumulo e stratificazione (di pezzi di giornale, di fotografie, ecc..), in questa fase l’artista procede invece per sottrazione. Nelle DeComposizioni e nella serie Visibile/Invisibile, immagini e superfici vengono abrase, cancellate, svuotate, attraversate da segni e interventi che introducono ambiguità, ironia e dissolvenza. È un cambiamento di metodo che segna il passaggio dal “pieno” al “vuoto”, ma non interrompe la continuità della sua riflessione: cambia la forma, resta intatta la tensione a rivelare ciò che il visibile tende a nascondere.
Il percorso si è chiuso con i lavori degli anni Novanta e Duemila, confermando l’attualità di una ricerca che continua a parlare al presente. In un’epoca dominata dalla sovrapproduzione di immagini, dalla manipolazione dei messaggi e dalla crisi del confine tra vero e costruito, l’opera di Pignotti si rivela sorprendentemente vicina ai nodi del nostro tempo.
“Super Pignotti” è stata senza dubbio una mostra celebrativa del poeta – Pignotti ha appena compiuto 100 anni – ma è stata anche l’occasione per rileggere un autore che ha anticipato molte delle questioni oggi al centro del dibattito culturale. Alla Mole Vanvitelliana, la mostra ha restituito la forza di un linguaggio che continua a interrogare lo sguardo e a chiedere, ancora, di non consumare le immagini solo in modo distratto e passivo.