PRIMA, DOPO, ANCORA. A proposito di rifiuti e di plastiche eterne come diamanti

di Maria Manganaro.

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La breve esposizione di piccoli oggetti-spazzatura a cura di Acqua Randagia fornisce al Museo Omero l’occasione di tornare al tema del riciclo dei rifiuti anche dal punto di vista scientifico. Ma cominciamo dall’inizio. Il museo tattile di Ancona nasce e cresce nutrendosi di riferimenti assai alti. Il suo artefice lo alimenta di rapporti, acquisizioni e donazioni che hanno un posto riconoscibile nella storia dell’arte.

Non per nulla Michelangelo Pistoletto nel 2013 donava al museo di Ancona L’Italia Riciclata, opera site specific realizzata qualche mese prima per la Biennale Internazionale di Architettura di Venezia con gli scarti dell’allestimento della tredicesima edizione della biennale stessa, alla ricerca di nuove prospettive di una rigenerata creatività possibile.
La sagoma di legno di un’Italia lunga otto metri, coperta di rifiuti da costruzione, da vedere e da toccare, è ormai dunque patrimonio del museo Omero per desiderio del Maestro della pop art e dell’arte povera, festeggiato nel 2023 a New York per i suoi 90 anni con il riallestimento di Welcome to New York del ‘79 là dove la corona della statua della libertà diventa una fontana da cui sgorga un fiotto di stracci colorati a rappresentare la multiculturalità, la ricerca di un futuro migliore e l’accoglienza di un Paese, che purtroppo oggi è in via di transizione politica.

Nell’ultimo week end dello scorso gennaio, l’esposizione di oggetti-rifiuto Prima, dopo, ancora ideata dall’influencer Elisabetta Pennacchioni è stata posizionata proprio accanto a L’Italia Riciclata, “ospite nell’aura di quel Pistoletto star dell’arte concettuale che arricchisce il simbolo dell’infinito con un terzo spazio (o Paradiso) tra natura e artificio, da dove l’uomo prova a creare un proprio luogo salvifico nell’epoca del più inteso sviluppo tecnologico”.
Suggestioni e stimoli tra arte, società e scienza che danno vita a una vivace chiacchierata pubblica sul riciclo dei rifiuti con due ricercatrici assai comunicative, Stefania Gorbi dell’Università Politecnica delle Marche e Martina Capriotti dell’Università di Camerino.
Nonostante l’Italia sia abbastanza virtuosa in materia di raccolta differenziata, sappiamo che i Paesi del mondo sono tanti e che non tutti i rifiuti sono riciclabili. Sappiamo anche che le emissioni di idrocarburi compaiono tra i maggiori fattori di inquinamento ambientale.
Sin qui il dato è tanto corretto quanto generico. La faccenda si complica quando l’imperfetta comunicazione dei risultati delle specifiche ricerche scientifiche si fa disinformazione, creando allarmismi che possono generare fatalismo o radicalismi vari.

Da una quindicina di anni la plastica è entrata a far parte dei nostri peggiori incubi, fino a farci rassegnare al fatto che mangiare organismi marini comporterà, prima o poi, la presenza di microplastiche nei nostri tessuti e persino nei nostri cervelli. Ebbene no, almeno per il momento non è così “perché le plastiche, per quanto micro, sono particelle che, come fanno i pesci, anche noi umani espelliamo con le feci – ci rassicura Martina Capriotti, – al contrario di quanto accade con le molecole degli idrocarburi. Su tale
argomento, solo qualche giorno fa il quotidiano britannico The Guardian ha dovuto smentire le voci che avevano terrorizzato i cittadini di mezzo mondo”.

Ciò non toglie che la crescente produzione dei diversi tipi di plastica resti “un problema serio, visto che quando è riciclata perde in qualità e che una bottiglietta monouso da mezzo litro in mare o comunque nell’ambiente dura almeno 500 anni. Come un diamante, è per sempre”, conclude Stefania Gorbi. Ciò non esclude che si sperimentino senza tregua nuove soluzioni al problema rifiuti e che qualcuna di queste potrebbe addirittura essere risolutiva per un certo tipo di scarti, come “la pirogassificazione che a Torino converte, tendenzialmente a impatto zero, la biomasssa in energia elettrica e termica”.

Mentre la scienza procede con i suoi tentativi, restano comunque importanti le scelte e i comportamenti individuali. Raccontava Stefania Gorbi che, tra le sue tante esperienze in mare con diverse associazioni ambientaliste, durante le settimane trascorse in barca con Greenpeace non ha mai visto usare plastiche monouso né produrre rifiuti.
Ciò significa che basterebbe fare attenzione agli acquisti per evitare l’eccesso di packaging e non solo.
Ed è qui che entra in scena Elisabetta Pennacchioni con i suoi profili Instagram da decine di migliaia di follower. L’influencer di Ancona, su e con @Acqua.Randagia, incoraggia piccoli gesti e riflessioni intorno alla sostenibilità ambientale “senza proporre soluzioni didascaliche o istruzioni morali”.

L’esposizione di rifiuti su due tavoli contigui al Museo Omero parte da una precisa domanda “Cosa potrei fare ancora con questo oggetto?”, suggerendo l’idea che ogni oggetto della “nostra quotidianità possiede una storia che raramente scegliamo di ascoltare. Prima di diventare rifiuto, è stato progetto, desiderio, gesto necessario a un nostro bisogno. Dopo l’uso l’oggetto spesso diventa invisibile, molto spesso non gradito e in molti casi espulso dal campo della responsabilità.

Prima, dopo, ancora nasce per interrompere questa rimozione e trasformare l’oggetto comune in una biografia materiale, capace di raccontare non solo la materia, ma i comportamenti che la generano”. L’attenzione si sposta dunque dalla materia come simbolo alla materia come esperienza, per interrogarsi su ciò che precede e segue l’atto del consumo.

“L’oggetto evolve, talvolta attraverso un cambiamento normativo o un gesto minimo e ripetibile, talaltra attraverso pratiche di upcycling che trasformano lo scarto in materia narrativa”. Sui suoi profili Instagram e sulle pagine dei suoi due libri stampati su carta, Elisabetta Pennacchioni parla da anni di sostenibilità e di responsabilità quotidiana, senza trascurare il tema di quel che mangiamo ogni giorno e di quella cucina vegetale (@il goloso mangiar sano), raccontata insieme alla sorella Federica (food blogger anche lei), come pratica concreta e fattibile.
Ciascuno può fare il suo, insomma. È il patto Europeo per il Clima a dirlo, ossia quell’iniziativa della Commissione Europea nell’ambito del Green Deal che dal 2022 invita cittadini, comunità e organizzazioni a partecipare attivamente alla costruzione di un’Europa a impatto climatico zero entro il 2050.

Lo stesso Patto, richiamato da Elisabetta Pennacchioni, che promuove un’azione diffusa per coinvolgere singole persone, scuole, ONG, imprese e autorità locali in azioni pratiche che puntano a ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030. La normativa proposta dalla Commissione si avvale di una preziosa piattaforma per connettersi a una rete sempre più estesa, nonché per condividere quelle buone pratiche e quelle soluzioni necessarie a cambiare concretamente modelli di consumo e di produzione in vista di una transizione ecologica possibile. Non è difficile contribuire da protagonisti né tenersi informati sull’evoluzione del progetto.