L’opera finalista di Lucia Cappellazzi è Questo è un orto!
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- Video: l’artista descrive l’opera
- Video: l’artista parla della sua poetica
L’opera
Questo è un orto! è un’installazione del 2026 di Lucia Cappellazzi, composta da 120 vasi in ceramica modellati al tornio con un solo braccio. Disposti direttamente sul pavimento, senza basamenti, formano un rettangolo di circa 400 cm di larghezza per 210 cm di profondità, che richiama un orto familiare. I vasi sono tutti diversi e molti sono rotti o storti.
Sono organizzati in 12 file da 10, con circa 10 cm tra un vaso e l’altro. Le file sono accoppiate a due a due, formando 6 raggruppamenti. Le due file di ogni gruppo distano circa 15 cm; tra un gruppo e l’altro ci sono circa 40 cm. Si formano così cinque corsie percorribili. Le coppie di file ricordano le prode dell’orto, ossia le strisce di terreno destinate alla coltivazione, mentre le corsie sono gli spazi in cui ci si muove per prendersi cura delle piante. Per esplorare i vasi è necessario piegarsi, proprio come fa l’ortolano quando si china per lavorare la terra.
Ogni vaso è numerato da 1 a 120, con il numero inciso sulla parte inferiore. L’installazione ha un orientamento preciso: dal lato lungo frontale, la prima fila si trova a sinistra. Il vaso numero 1 è in fondo, all’estremità sinistra. La numerazione prosegue dal fondo verso lo spettatore: i vasi dall’1 al 10 formano la prima fila, che attraversa il lato corto del rettangolo. Il numero 11 si trova nuovamente in fondo, all’inizio della seconda fila, che termina con il numero 20. La sequenza continua attraverso le successive file, intervallate dalle corsie, fino al vaso numero 120.
L’esplorazione tattile può iniziare dal vaso numero 1 e proseguire seguendo l’ordine numerico. Toccare i vasi in sequenza permette di ripercorrere il gesto al tornio, riconoscendone i tentativi, i fallimenti, le cadute, i successi e le riprese.
I vasi sono aperti verso l’alto e volutamente vuoti, con aperture generalmente tondeggianti. Hanno un diametro tra 10 e 20 cm e un’altezza non superiore a 20 cm. Alcuni sono regolari, a tronco di cono o cilindrici; altri sono strozzati al centro, inclinati, deformati, schiacciati o collassati. Alcuni hanno perso la forma iniziale e presentano rotture, cicatrici o scheggiature.
Dopo la cottura, la ceramica è rosa. Al tatto è fresca, porosa e leggermente ruvida. Le forme sono perlopiù sinuose e conservano il movimento delle dita che hanno modellato l’argilla bagnata. In alcuni vasi il collasso è morbido e progressivo; in altri è netto, con fratture e crateri alla base. Le rotture creano margini più affilati. Passando le dita sulla terracotta si percepiscono la porosità e il lieve attrito della superficie; lo sfregamento produce un suono sommesso e continuo.
L’opera nasce dal desiderio di costruire uno spazio di cura, crescita e trasformazione. La ripetizione del gesto non ha prodotto forme identiche: ogni vaso conserva tracce di tentativi, errori e riprese. Le forme si sono accumulate in un orto nel quale nulla viene scartato. Anche il vaso deformato o imperfetto mantiene il proprio posto e acquista significato nella relazione con gli altri. Come nella vita, il fallimento può diventare conoscenza e trasformazione, e le imperfezioni rivelarsi una ricchezza.
Ogni vaso diventa così un contenitore di possibilità: può accogliere terra, semi, radici o qualsiasi forma di crescita, custodendo al tempo stesso la memoria del gesto che lo ha generato. L’orto diventa un archivio vivente della pratica, in cui nulla viene cancellato e ogni forma contribuisce alla costruzione di un paesaggio comune.
L’artista
Lucia Cappellazzi (Treviglio, 1980) è un’artista visiva attiva tra Crema e Milano. Dopo studi scientifici e vent’anni nel marketing, intraprende un percorso artistico. Nel 2026 consegue con lode il diploma di I livello in Pittura e Arti Visive presso NABA Milano, ricevendo una menzione d’onore al Premio “Miglior tesi 2026 sostenibilità e inclusività” per Questo è un orto! Guida semiseria alla coltivazione della fragilità. Attualmente frequenta il biennio specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali. Espone in mostre collettive, tra cui NoPlace.Space (Maloja, 2026), The Witness (Casa degli Artisti, Milano, 2026) e Diversi Presenti (Società Umanitaria, Milano, 2024).
La sua ricerca indaga cura, limite e trasformazione, tra ordine e ciò che sfugge al controllo. Attraverso gesti semplici e reiterati costruisce serie, strutture e spazi reali o immaginati, spesso praticabili. Il mondo rurale, le pratiche agricole e la relazione con gli animali ricorrono nel suo immaginario simbolico.